La sera del dì di festa

Luci,volumi,ombre, colore, ed ancora colore: intensa saturazione cromatica tesa al raggiungimento di effetti in cui la materia risulti evidenziata, senza che sfumi o che velature creino l'imbarazzo di prospettive artificiose.
Così Giovanni Schiaroli, artista marchigiano rappresenta sulla tela una natura, o meglio un universo, privo d'infingimenti, senza forzature così come la poetica del suo grande conterraneo.
Come Giacomo Leopadi descrive "La sera del dì di festa" in chiave di poesia immaginativa, anche Schiaroli, pittore schietto quanto dotato di non comune sensibilità creativa, riesce ad infondere ai suoi paesaggi una sorta di "lirismo vitale", raccontandoci il moto inesauribile delle cose attraverso un'alternanza di bruni, terre, gialli e verdi, ed ancora, soprattutto, rossi: struggenti ed evanescenti esplosioni di vita, in seno ad una primavera che sa di favola antica ed eterna.

"Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno e tornan l'ombre
già sui colli e da' tetti
al biancheggiar della recente luna". (Il sabato del villaggio)

 

Era il maggio odoroso
e tu solevi così menare il giorno...
-Mirava il ciel sereno
le vie dorate e gli orti
e quinci il mar da lungi
e quinci il monte (A Silvia)

E come nei celebri versi il poeta riusciva a raccontarci una latente umanità attraverso frammenti ed elementi, anche Schiaroli sa narrare alla maniera paesaggistica, attraverso tracce od indizi altrettante presenze, discrete ed industriose: muri di case, campi arati, filari od eccentriche vedute sul cui sfondo biancheggia un assolato nucleo rurale. Estremamente percettivo nel disegno bucolico di una poesia delle "cose finite", limitate rispetto al trascorrere del tempo, Schiaroli sovente raggiunge livelli espressivi, degni della celeberrima canzone leopardiana:

 


Così, l'artista sembra guardare estasiato allo splendore dell'erba, alle verzure lussureggianti accese da improvvise infiorescenze ed appare distante dal dichiarato "pessimismo cosmico", ma non per questo è meno pregno di suggestioni che rimandano lo spirito a sconfinati orizzonti. Una gestualità manifesta che, per tensione e citazioni risulta degna, ideale illustrazione de "l'Infinito":

Io sedendo e mirando, interminati
e di là da quella,spazi e sovrumani silenzi,
e come il vento odo stormir fra queste piante...
-E mi sovvien l'eterno
e le morte stagioni,e la presente
e viva, e il suon di lei;
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Se poi, scindendo la parte descrittiva dell'opera, lo analizziamo sotto un aspetto più tecnico, Schiaroli non sfugge a tutta una serie di riflessioni e considerazioni che,per non poche sfaccettature ce lo fanno avvicinare al Masaccio.
Dato per scontato il carattere diacronico, e volutamente provocatorio di tale accostamento, al pari del Masaccio, anche Schiaroli lavora al raggiungimento di una corposità che, raggiunte le maggiori potenzialità prospettiche conferisca all'opera la profondità dell'imponderabile.


Per Schiaroli, in definitiva, ciò che conta è impostare con rude essenzialità le masse, facendole poi diffondere, lungo un orizzonte leggermente curvilineo mediante un articolato linearismo che,da filiforme o concentrico, evolva verso segni dilatati.
Alla stessa maniera dell'"Optimo imitatore della Natura" anche Schiaroli racconta "la natura con la natura", infondendo ad ogni substrato un soffio vitale; di un colore steso senza ripensamenti. Una lettura sapiente, attraverso cui Schiaroli raggiunge così un'autonomia pittorica che gli vale il primato dell'unicità; ma anche il fascino magnetico di una tessitura, densa di lirismo, ma anche di suggestioni, perchè pone la variegata gamma emotiva dell'uomo al centro di una Natura incontaminata:

"E mi sovvien l'eterno
e le morte stagioni, e la presente".



di Francesco Scialfa