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Non è facile proporre una lettura, e rilettura, del capolavoro italiano, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, in sintonia col gusto sbrigliato ed estroso del nascente romanticismo in cui apparve, e altrettanto difficoltoso sarebbe voler allinearlo alla narrativa che segue. Dalla romanticità allora vigente Manzoni si distacca per la sobrietà essenziale del carattere, come si differenzia nettamente dalle confluenze narrative tardo- ottocentesche; in pratica, dagli spiriti naturalistici che proruppero radicali, allora, oltralpe e in Italia (verismo).
Il romanzo manzoniano non è l'epopea di una vicissitudine storica: è la bucolica e l'elegia, sovente a sfondo tragico, di un brano di esistenza quotidiana in terra lombarda, in uno dei periodi più angariati e infestati. E' lo scorcio di vita di una popolazione. I protagonisti non sono attinti dal mirabolante, dall'inedito ma comunque i suoi restano personaggi significativi, e rappresentano gli apici di un'intera società , senza smarrire però il senso della individualità. 

 

 

 

E', in breve, una vicenda di lavoratori della terra, delle filande, dei paesi acquattati tra i monti; di parroci di campagna, di abitatori felici o riluttanti di monasteri, frati e monache, di artigiani e bottegai, mercanti e soldati, d'avventurieri e sopraffattori, politicanti e letterati,barcaioli, medici, notai; è insomma tutta la gamma, articolata di una società in un determinato momento storico.
La tinta di fondo dei promessi sposi è soprattutto campestre, agreste, lacustre. E infine anche cittadina. Ma anche quando entra in scena la grande città - la Milano di allora- un vapore di memoria campagnola segue i personaggi e la realtà del quotidiano dissacra, se ce ne fosse bisogno, le torve e turpi ossesioni che imperversavano fra le case. 
Dalla prima edizione dei Promessi sposi, considerata la popolarità dell'opera, prese grande sviluppo l'illustrazione; e prosegue fino ai giorni nostri; dobbiamo infatti registrare interventi di artisti di grande prestigio, a cominciare da Giorgio De Chirico, renato Guttuso, Giovanni Omiccioli e, più recente, Aligi Sassu. 
Giovanni Schiaroli può considerarsi a buon diritto il più recente, fervoso illustratore dei Promessi sposi. Non è difficile capire come abbia pensato di accostare il libro. Schiaroli vive e lavora in una porzione della campagna di Senigallia, sulle colline a specchio dell'Adriatico.


Dal suo studio può apprezzare il lavoro tradizionale dei campi, il fresco della terra sotto il battere pluviale, l'ermpere delle erbe, i cespugli di fiori fatti sbocciare dalla nuova stagione. In questo circuito di suggestione visiva e di multisecolari tradizioni agricole, si colloca in modo spontaneo l'interesse dell'osservatore della natura. Nelle pagine del romanzo di Manzoni, Schiaroli ha ritrovato una parte del modo di esistere degli uomini di sempre. Non ha voluto sottolineare le presenze dolorose della guerra o della carestia. Ha registrato, certo, anche quei mali:si veda più di una sua tavola sugli spettacoli del lazzaretto di Milano, nel 1630, che è l'anno dell'azione del racconto. Ma ha cercato d'infondervi una nota lievitante naturale che fa ( a suo giudizio, condiviso con altri), il sigillo, l'imprimitura del grande libro. Non ha mirato a dipingere nei personaggi principali dei protagonisti per definizione; ha ravvisato gente comune, di vita comune, che il vento della storia, e la Provvidenza misericorde dopo la tempesta, intervengono a sollevare, verso una destinazione migliore che domina lo sfondo della peripezia collettiva. I più singolari di questi dipinti sono quelli dove, accanto alle figure, la natura trionfa.

 

 

E' la vista delle montagne che calano a picco sul lago di Como, delle olezzanti praterie che una ragazza mira incantata, degli sfondi lombardi così cari al cuore di Manzoni, via via dalle vette alle masse erbacee piegate dal vento che sta che sta lì per diffondere germi e odori; è, in una parola, l'onnipresente richiamo agreste che imprime coi suoi verdi agri e sottili, le sue bruniture di steli, le piccole, incantevoli località definite da una casupola, un mulino ad acqua, un ponte.
Ma non è tutto. Anche quando traccia strade e straducole di città, costruzioni, raggruppamenti di mura oppure individui a raccolta o in agitazione, il pittore non dimentica l'impronta fondante. Non usa colori accesi; quando dipinge un interno -per esempio, un protagonista, Don Abbondio, che legge un libro sotto la luce di una candela, o un terzetto di amici all'osteria- si pensa facilmente a un ambiente fiammingo, con le solite presenze: c'è il seggiolone, c'è il bagliore rossastro del lume, lo squinternarsi del libro dai grossi caratteri, c'è insomma l'atmosfera di antico colore domestico.


Due punti mi sembrano interessanti, da suggerire al visitatore della mostra.
L'avvio della carrozza che trasporta Lucia al castello del suo rapitore, l'Innominato; e il risveglio del promesso sposo, Renzo, la mattina, doppo una lunga fuga a piedi da Milano, sulle rive dell'Adda.
Qui mi pare chel'artista abbia dato il meglio, Renzo riapre gli occhi, dopo la notte che Manzoni ha descitto piena di incubi, e constata in alto un cielo di pace. Quelle righe sono celebri, "quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello, così splendido, così in pace" scrive Manzoni. Finalmente è la "pace", dopo le disperate, pericolose traversie in cui l'uomo è incorso prima di trovarsi in vista del porto. Nel dipinto la nebbia aleggia ancora sui monti, l'Adda scorre limpida e liscia; lassù, colui che si sveglia constata il messaggio di pace. Suggestivo l'inoltrarsi della carrozza che trasporta Lucia tra i monti dirupanti di un colore stemprato dal fosco del luogo. E' l'avventura dei Promessi sposi che l'artista segue di episodio in episodio, con l'attenzione a quella che è stata detta la nota virgiliana del grande romanzo: 
tutto sillabato, anzi fraseggiato, cantato, tra fiori, erbe,acque ,cieli.

 

 

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